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Il gusto di andare all'osteria s'è perduto, quando già lontani erano gli echi tragici dell'ultima guerra.
Ancora nei primi anni Ottanta trovavano qualche affumicato antro di vecchia osteria, gli ormai pochi affezzionati del calice spruzzato della mezza mattino, del "cichetto" dopo pranzo e delle mescite abondanti e ripetute di "rossi" intensi di gradi e di "boccato", da consumare quando c'era d'ammazzare il tempo dell'ultimo crepuscolo.
Poi pero' il progresso a valanga con tutte le "millanta" diavolerie hanno travolto il tutto.
Si è perso il gusto di andare in osteria perchè non si è trovato più il sapore vero dell'osteria.
Ed è stato cosi' che anche le osterie sono inesorabilmente svanite, come neve al sole. Molte sono diventate bar, altre si sono adattate a trattoria. Alcune hanno fatto fortuna, grazie al nome che portavano e che era entrato nella tradizione popolare.
Altre sono state violentemente smantellate ed i loro tavoli di noce, le seggiole impagliate, le belle "tzainere", soprattutto i banchi di legno massiccio, sono finiti nel commercio degli antiquari.
In osteria non si confezionavano piatti per i pranzi e le cene. Qualche oste con l'occhio lungo e che aveva capito l'antifona, s'ingeniava a proporre qualche succulenta merenda. Erano tagliate di salame, di pancetta, di lardo, di coppa ad accompagnare solenni bevute di vino. Il formaggio grana era di casa in tutte le osterie che si rispettavano.
La storia della cucina lariana, alla quale si può unire anche quella brianzola, comincia addirittura dal tempo in cui arrivarono le legioni romane. I legionari condotti nientemeno che da Giulio Cesare impararono per esempio a conoscere il burro di zangola.
Poi anche i longobardi si adattarono alla cucina che già usava il burro.
Ma a divulgare le raffinatezze dei cibi che erano sulle ricche mense delle potenti famiglie lariane, fu il comasco Maestro Martino che verso la metà del 1400 andò a oriente, dove fu "coquo del Reverendissimo Monsignor Carmorlengo et Patriarca de Aquileia" poi a Roma dove raggiunse l'apice della sua celebrità con il suo trattato "Libro de arte coquinaria". Doveva essere veramente ricca la cucina comasca di quei tempi se Martino potè raccontare, a proposito degli arrosti: "Cigno, ocha, anetra, grua, ocha salvatica[...] piene de aglio, de cipolla ed altre bone cose".
Molte plaghe lombarde e venete, anche piemontesi si gloriano di essere le depositarie del risotto. Ma Maestro Martino raccontò che nel 1400 a Como e in Brianza, già era celebre un riso e latte con questa ricetta:
"Lava il riso con acqua calda tanto che sia ben bianco e mettilo a sciuccare sopra un tagliero, et asciutto il farai bollire con lacte di capra gli darà migliore sustantia cocendolo in esso che non in acqua. Et gli metterai ancora del sale, ma temperatamente: che non sia troppo salato. Et se voli che sia bono non gli mancare del del zucchero ma mettigliene habundantissimamente".
La storia riporterà anche l'apparizione dello zafferano sulle tavole comasche e brinzole, come quella della Polenta cucinata e servita in molti modi.
La storia prima del Crotto Ceppo, ora con il Ristorante&Relais Il Ceppo, nasce da qui e a piu' di un secolo di tradizioni, la locazione cerca di far assaporare quie gusti in modo tipico e a volte anche rivisitato, ma con un occhio all'esigenze clientela moderna.
Vi aspettiamo per la degustazione dei nostri menu e per la vista mozzafiato sul lago di Como.
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